Le Conclusioni dell'Autore

Credevo che fosse facile pubblicare un libro, almeno per me che sono un editore, ma così non è stato. Mentre mi preparavo all’opera nella mia testa risuonavano le parole di Isidoro. “Entra lettore, una notte, nella quiete oscura, ascolta il respiro degli archi di pietra, sfiora la polvere invisibile depositata nel tempo da oltre mille anni di preghiera, lasciati avvolgere dal suo silenzio antico e pronuncia una parola …”.

Avrei mai pensato di dover affrontare dubbi, incertezze, nel pensare di pubblicare un libro su Remigio D’Errico, che mi hanno tenuto fermo per oltre tre anni? Questa postfazione la scrissi nel gennaio 2008 ed ora siamo nel gennaio 2011.

Mi sono dovuto considerare un ingenuo perché avevo in mente me e non lui o meglio avevo in mente lui in relazione a me e a tutti i bambini con cui vissi. Ho dovuto capire che mi sono mosso tardi, quando alcune persone non erano più disponibili con un ricordo vivo perché invecchiati o morti.

Pur essendo consapevole che non ero più o meno degli altri dovevo giustificare a me stesso l’azione intrapresa.

L’ultimo si fa mentore? Colui che è stato sempre in silenzio si fa interprete? Colui che non ha ricevuto riconoscimenti, diplomi di merito o altri attestati si propone come uno che vuole parlare? Uno che ha sempre rinunciato all’azione diventa un promotore? E’ questo uomo che si fa avanti? Forse, è solo per professione! Non faccio altro che avere a che fare con i libri. Tutta la mia vita l’ho vissuta portandomi dietro dei libri. Dall’inizio, dall’andare porta a porta come venditore.

E questo basta? E’ sufficiente per giustificare l’iniziativa?

Posso io pormi davanti all’uomo e al sacerdote e dire qualcosa? Io? L’ultimo! Ero uno del Cenacolo dei poeti ma ciò non rendeva nessuno di noi meritevole e una poesia satirica ci causò anche dei guai seri.

Ho dovuto nell’esaminare la motivazione che c’era in me di pubblicare questo libro, rispondere ad alcuni pensieri e giustificare a me stesso che io che avevo, in quel luogo, fatto una vita quasi appartata volessi, oggi, riproporne la memoria.

Quando trovai il coraggio di tornare a Foiano di Veroli erano passati oltre 40 anni della mia vita. Fu un pomeriggio di grande emozione e nell’ingresso trovai una targa in ricordo di un prelato e nessuna che ricordava l’opera sua.

In quel momento l’ultimo che era in me prese voce.

“E’ possibile che nessuno dei miei compagni si sia adoperato per mettere qui una targa che lo ricordi? E’ possibile che nessuno di noi si sia trovato nella condizione da poter fare questa cosa?

Nessuno di tutti quei bambini è diventata una persona importante o tutti hanno fatto come me da non tornare mai più in questo luogo? E nel qual caso non sono tornati perché ci sono stati male o perché sono stati pervasi dal desiderio di dimenticare? Io ho aspettato quaranta anni per tornare! E non ci sono stato male. Anzi, per dirla con D.W. Winnicott, quel luogo è stata la mia Arca e non ho mai mancato di dirlo, ultimo che fossi.

Mi aspettavo di trovare qualcosa che lo ricordasse, come mi aspettavo di vederlo sepolto in una tomba importate. Ma si sa molti sacerdoti non tengono conto dell’importanza del loro sepolcro e i bambini giudicano la realtà nel loro proprio modo.

Mi chiedevo se non ci fosse in me qualche presunzione che mi portava a considerare la questione più di quanto dovessi. Forse avrei dovuto considerare i valori a cui pensavo una realtà transitoria, ma pensavo anche che:

“L’unica forma in cui le percezioni del passato e le percezioni del futuro esistono realmente è nel qui (questo posto) ed ora (questo momento)”.

Il qui ed ora può venire da numerosi passati, e può sfociare in numerosi futuri. … per il santo assoluto il qui ed ora non ha un significato psicologico; è qualcosa di risolto che è diventato parte della sua vita cosmica. Egli si è levato al di sopra del sogno e della realtà, del conscio e dell’inconscio.

Il suo qui ed ora è diventato il cosmo stesso (Jacob Levi Moreno).

Mi sono dovuto rendere conto che guardare la vita di un altro non è facile. Occuparsi della vita di qualcuno a cui non si può chiedere il permesso non diminuisce i problemi connessi con l’occuparsi di un altro.

Guardare l’immagine che egli ha costruito prendendo una foto della madre ed una sua mi ha ammutolito ed ho preso a volare nei viali dell’immaginario.

E immaginare è il mio viale preferito.

“Bisogna agire per la buona riuscita dei figli”.

Lui sicuramente agiva, “chiedeva”, per poter prendersi cura di così tanti figli e forse ha affrontato anche qualche contesa, perché è certo che non era atteso né da mecenati né da caritatevoli per vocazione.

Per me agire è come porsi davanti ad una porta dove possiamo rimanere indecisi se entrare o aspettare che qualcuno ci dica di entrare. L’azione, per me, è un erbario misterioso dove assaggiare è pericoloso e dove annusare significava distinguere essenza da essenza; per me è come entrare in un museo di storia naturale dove vegetali e fossili presentificano il passato.

“Agire ed agire bene” come ad intendere “Buoni comportamenti”.

Complicazioni della mia testa, pensavo.

Quella foto mi colpiva perché mi ricordava quanto mi mancasse mia madre che pure essendo ancora viva non ho mai avuto. Ma per lui la mancanza della madre, forse, è stata una mancanza più drammatica.

Possiamo vedere un altro senza vedere anche noi? Posso parlare di lui senza restituire ciò che pensavo?

W. Dilthey ci ha detto che l’interpretazione è nella relazione. E la relazione, come sappiamo, non è solo “esterna” ma anche “interna”.

Giocare una partita, in un qualsiasi sport, significa avere degli avversari con cui si gareggia in abilità e l’arbitro c’è sempre. E il cronista, quando c’è, racconta la gara non trascurando di darci la sua interpretazione.

Nel mio caso arbitro e cronista sarà il lettore, sarà lui a dire se ho rispettato le regole del gioco e raccontato per quanto ho visto, sentito, capito.

L’azione, il fare, pensavo stando in un viale immaginario, ci chiamano sempre come fossero sirene che ci ammaliano; ci chiamano per provvedere ai bisogni materiali, per sollecitarci alla cura.

Ma non è così per me che per quasi tutta la mia vita non ho potuto dire un “Padre Nostro” nonostante che abbia avuto un padre vicario sacerdote.

Non solo sacerdote, ma mirabilmente uomo affabile, premuroso e in gamba, come si direbbe in un contesto diverso.

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Enzo Colamartini