La Storia

Si dice che ogni uomo ha una sua stella, cioè un destino, una propria storia intessuta di spinte interiori, di occulte aspirazioni, di sogni che trovano, talvolta, uno sbocco così naturale nelle cose che incontra da dare l'impressione che tutto sia preordinato. Insomma, se ogni fiore ha il suo spazio per fiorire, ogni uomo ha il suo spazio per vivere; e quello spazio è suo, tutto suo, con tutta la sostanza del suo essere, del suo volere, del suo pensare. Un alone di aria e verde si forma intorno al fiore; un campo di attrazione, di simpatia, di vivere il senso delle cose, si forma intorno ad una creatura umana, così da crearsi il suo piccolo, personale, inconfondibile mondo. A queste cose pensavo nell'intraprendere una raccolta di piccole memorie d'una storia, direi d'una avventura, che a distanza d'anni non ha del tutto perduto il brioso mordente di quei gironi, che allora aveva la novità e la freschezza delle circostanze e delle cose. Quella giornata d'autunno nella quale per la prima volta fu percorso l'acciottolato sentiero che portava alla collina, sì è fermata nella memoria così com'era: fredda, uggiosa, con una pioggia fitta e sottile che penetrava nella pelle.

 

 

La guerra era da poco finita chi saliva quel giorno quella collina era un giovane prete che aveva l'ansia di fare qualcosa per tanta fanciullezza alla deriva della miseria e dell'abbandono. L'accompagnava l'anziano vicario della diocesi e sotto l'ombrello aperto si parlava di tante cose, eludendo, così, la fatica della salita. Si arrivò in cima alla collina, dove un fatiscente e grosso edificio segnò la meta di quel pellegrinaggio. Il cielo cupo, l'aria umida e fredda, la solitudine, il silenzio davano a quell'edificio un aspetto austero e quasi sinistro, capace di proiettarti nell'animo quella stessa somma d'impressioni che tu sentivi accumulate tra quelle mura flagellate dalla caducità del tempo. Aveva ancora il tetto, ma qua e là a cielo aperto; aveva finestre, ma vuote d'infissi; un portale alto e pesante, che non chiudeva più, sulle cerniere di ferro ormai arrugginite, mentre gli stipiti e l'ogiva a tutto sesto mostrava la nobiltà della sua pietra viva e scalpellata, con gli spigoli ancora perfettamente intatti. L'atrio era grande ed accogliente, con un pavimento rustico composto di pietre levigate e sistemate con ordine e disegno. Sulla sinistra la cappella, che aveva sul fondo l'entrata principale, recava sopra una scritta con la notizia che già nel 1720 un Vescovo l'aveva restaurata. Un richiamo evidente dell'esistenza di oltre due secoli della cappella, certamente meta religiosa dei campagnoli del tempo, accanto alla quale fu eretto l'edificio per dare una vacanza estiva e salubre agli alunni dei seminari. Vecchi sacerdoti, venuti in visita, ricordavano si l'aria pulita, che respiravano e il sollazzare sui prati verdi e fioriti, ma anche i disagi della lontananza, della via impervia da percorrere, e il fatico approvvigionamento dei viveri e dell'acqua. L'acqua, soprattutto, urgeva e non posero indugio per attrezzarsi di arnesi rudimentali e scavare, al centro del cortile, un capace pozzo per la raccolta delle acque piovane.

 

 

Fu un lavoro enorme (dieci metri di profondità per sei di larghezza) che segnò, purtroppo, anche un episodio funesto. Un chierico, scalpellando a mano sulla dura parete, provocò una scheggia che si proiettò co­n violenza in un occhio, accecandolo. Ogni opera di progresso vuole il suo prezzo. Sullo stesso lato della cappella un uguale ambiente per il refettorio, anch'esso pavimentato a ciottoli, come l'atrio, e di fronte la cucina, ampia, sormontata da un grosso camino a legna. La cucina era buia e comunicava col refettorio con un corridoio basso e scuro, quasi un cunicolo, che provocava non pochi inconvenienti. Infatti, un giorno la caldaia, piena di minestra per i ragazzi, era là, per terra, pronta per la distribuzione, quando entrò uno degli assistenti, proveniente dall'esterno, in una giornata piena di sole ebbe gli occhi abbacinati e non scorse nulla. Andò avanti con disinvoltura e, prima di avvertire le grida di chi gli raccomandava di fermarsi in tempo, mise una intera gamba al centro della caldaia nella minestra. Scottandosi, cominciò a saltare di pentola in pentola per liberarsi, sempre alla cieca, mise tutto a soqquadro l'intera cucina per lui buia, pregiudicando tra il tragico e il divertito, l'intero pranzo. Sudò freddo ma anche noi mangiammo a freddo! In fondo all'atrio In fondo all'atrio, ampie scale portavano a quattro ambienti superiori che formavano quattro dormitori. Ognuno dotato d'un gabinetto ricavato con arte nel grande spessore del muro esterno. Anche i dormitori avevano la loro storia. Si dice che a quel tempo gli insetti infestavano un po' da per tutto, e poiché l'intervallo tra un'estate e l'altra era piuttosto lungo, c'era tempo sufficiente perché una fauna del genere proliferasse indisturbata ed abbondante. Quale poteva essere mai, a quel tempo, l'antidoto perché quei fastidiosi occupanti lasciassero un posto tranquillo ai giovani chierici che là andavano per distendersi e riposare? Ogni epoca ha le sue invenzioni e i suoi metodi di lotta! L'era dei detersivi non era neanche nelle profezie scientifiche, ma una disinfestazione bisognava farla. L'inventiva del genio latino non ha limiti. Ecco il magico intervento: si faceva entrare nei locali un bel gregge di pecore, che girava e sostava per qualche tempo nei locali.

 

 

Gli insetti accorrevano in folla a rifugiarsi nel foltissimo manto delle loro lane. Così arricchite le provvidenziali pecore venivano spinte fuori all'aperto dove la pioggia ed il vento compivano il resto. Un metodo semplice e non costoso che dava all'ospite estivo la certezza (o la suggestione) di non doversi grattare e di poter dormire. E vennero i giorni della provvidenza. Quell'enorme casolare dal tetto sconnesso, dalle mura screpolate, umide e piene di muschio, dalle finestre e porte tutte sguarnite, quegli ambienti aperti alle piogge, ai venti, all'impeto della implacabile, diuturna, distruzione era veramente una vi­­sione desolante, ma era anche un enorme scrigno di speranze. Se il cielo si apriva e il sole rivestiva della sua luce quel luogo e quell'eremo una visione nuova si allargava allo sguardo dell'occhio e dell'anima, una visione superba di un panorama circolare che abbracciava catene di monti e vastissime valli, paesi, tanti paesi, che nelle notti limpide ancora più davano la loro presenza, brulicando di luci, in gara con le stelle. Tutto questo accendeva la fantasia, riscaldava il cuore, e il sogno ardito si proponeva immediato, facile realizzabile. E' vero che i giovani sono audaci e scriteriati, ma non fosse questo pizzico di pazzia nel cuore acerbo, chi darebbe slancio a imprese nuove, dagli sviluppi imprevedibili? Era come un'avventura e don Remigio si buttò a capo fitto per il suo successo. Era il tempo in cui c'era da rifare e non fu difficile trovare sul posto uomini pronti a dare, purché si dimostrasse loro iniziativa e coraggio. In breve una prima ventina di letti, un centinaio di lenzuola e coperte, tavoli, sedie; molte cose furono radunate. Merce numerosa e pesante da portare con un grosso autocarro. Anche questo fu trovato, messo a disposizione da sor Memmo, uomo di grande iniziativa che poi fu sindaco della città, ma per quale strada? Dalla parte del Giglio vi era solo un tratturo per animali.

 

 

Si tentò dalla parte di sopra dove una via sconnessa poteva consigliare un incerto tentativo. Infatti l'autocarro si avventurò, ma si incastrò nella stretta di due alberi secolari, rischiando di non andare né avanti né indietro. Fu alfine liberato dagli uomini del posto e la merce scaricata là in terra, in attesa di trovare un carretto che la trasportasse a destinazione. Ecco Ottavio, con una barozza traballante trainata da buoi lenti, ma ecco anche, una tempesta improvvisa, furiosa, la quale durò quasi tutta la serata. Pazienza! Una volta portata là dentro si sarebbe asciugata presto e bene tra quelle correnti d'aria, data la mancanza di porte e finestre. Nel cantuccio della sacrestia, una volta posta una grossa coperta all'unica finestra, si stava quasi bene, ma la solitudine era paurosa. Un anzianotto, Nicola, fu il primo angelo custode. Aveva una fame, come suo dirsi, arretrata. Prendevi un buon pezzo di provolone per tutta la settimana, ma succedeva che in quella scarna dispensa entrava il gatto o il cane, diceva Nicola, di soppiatto a rifocillarsi. Nicola trovava sempre la carta strappata e mangiucchiata e la portava a testimonianza. La gente del posto, per curiosità o per divertimento, cominciava ad avvicinarsi, ad interessarsi; cominciò la simpatia, l'aiuto disinteressato e cordiale. Dicevano "staremo a vedere".

 

 

Riparare l'edificio dal tetto alle fogne, costruire di sana pianta porte e finestre, rifare pavimenti, ripulire le pareti dal muschio e dall'umido, riattivare il camino, i gabinetti, rendere tutto, quanto meno, più abitabile era già di per sé un grosso impegno. Don Remigio pretendeva di più: portare la luce, l'acqua, la strada da chilometri di distanza. Questo, poi, faceva ridere. Il vecchio Vescovo, un romano autentico, grosso, bonaccione, un po' alla Fabrizi, richiesto dell'uso del vecchio edificio, così com'era, diede un immediato consenso. Là, diceva, chi prende le tegole e chi i mattoni, tutto in breve finisce. Chi va se anche avrà riguardato queste cose ha già meritato abbastanza. Don Remigio non fu solo un guardiano, ma recuperò, riparò, rifece, riadattò, ricompose, ricostruì e così proruppe una vita di sana fanciullezza, venuta quassù, come su una nave, che ancora veleggia nel tempo. Da quel giorno ad oggi sono passati circa trenta anni ed il complesso, che tra abitato e cortili, copre l'intera collina per circa 10.000 metri quadri, ha potuto contenere fino a circa quattrocento piccoli ospiti, ogni anno in ampi spazi dove il sole e l'aria pura entrano da padroni, bonificando anima e corpo. E' un piccolo angolo del mondo, una volta tetro e solitario, gravido di cupo silenzio, che ha visto esplodere una festa di vita nuova. Quanti episodi, ora lepidi e grotteschi, ora avventurosi e rischiosi, hanno riempito il corso degli anni e delle continue conquiste. Esse urgono alla memoria per essere raccontate. Per ora basta quella intima soddisfazione che le pietre diroccate e le anime disperse hanno avuto un ordine ed una impronta che tiene per la vita.

 

Notizie su santa Maria di Foiano e sul vescovo Lorenzo Tartagni

La chiesa di santa Maria di Foiano (santa Maria di Froliano) è menzionata per la prima volta in un documento dell'abbazia di Montecassino risalente al secolo XI. È poi menzionata in un documento del 6 febbraio 1146, conservato nell'Archivio Capitolare della Cattedrale di Veroli. In questo documento si legge che Amato di Maestro Giovanni dona alla chiesa di "santa Maria de Fuiano" una terra posta in contrada Casa Godoli.1
Segue una "breve recordationis" fatta dal prete Giovanni, della chiesa di "sancta Maria Fuiani", circa alcuni castagneti presso la Casa Godoli, che donò alla suddetta chiesa, per la redenzione dei peccati dei suoi parenti, un certo Letus La Cerra con le sue sorelle, i quali in precedenza avevano avuto un litigio, a causa di questi castagneti, con i figli di un certo Giovanni di Silvio.
Nel 1724, come da iscrizione latina, il vescovo di Veroli Tartagni fece costruire a Foiano una cappella, dedicandola alla Vergine Madre.
Lorenzo Tartagni, di nobile famiglia, nacque a Forlì il primo maggio 1666. Fu vicario apostolico a Ferentino, poi di Fossombrone e in seguito Vicario Generale di sant'Ellera "nullius diocesis" di Toscana.2
Nominato Vescovo di Veroli da Clemente XI, il 17 marzo 1715, fu consacrato il 7 aprile dello stesso anno. Cugino del vescovo Zauli, fornito di pietà, scienza e zelo, celebrò il Sinodo diocesano il 20 e il 21 giugno 1723.
Fece costruire la marmorea "confessione" nella Basilica di santa Salome con l'altare maggiore pure in marmo e vi trasportò il corpo della santa, che dal 1351 era stato collocato nella Cattedrale, il 25 maggio 1742 (festa della Traslazione).
Ampliò e abbellì anche la Cattedrale, dove gli fu eretto il monumento a destra dell'ingresso, dopo la sua morte, avvenuta a Forlì il 7 giugno 1752, dove si era ritirato un anno prima rinunziando al vescovado.
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1 - Nel testo consultato la Casa Godoli è citata anche come Casa Goduli.
2 - Si potrebbe trattare della diocesi di Sant'Ellero, nel Comune di Galeata (Fo), allora in provincia di Firenze.