La Prefazione del Libro

Ho voluto pubblicare questo libro su don Remigio per rendere merito all'uomo e al sacerdote; in un qualche modo restituisco, almeno idealmente, ciò che ho ricevuto da lui. Ora non saprei dire se è il bambino che è in me che restituisce, oppure l'adulto che sono diventato. Questo aver preso e restituire è materializzato, per il bambino con la soddisfazione dei bisogni primari, ed ora, per l'adulto, da un documento sulla vita del sacerdote.
Non so bene se questo sia il modo adeguato per sdebitarsi o se abbia a che fare con il concetto di dono, quindi come si può supporre da questo libro non mi aspetto ricavi, ma intendo, con esso, rimettere a posto, nella mia mente di adulto, i pensieri che avevo da bambino su questo "padre" spirituale.
Con lui non abbiamo solo ascoltato la messa, pregato, ma mangiato, dormito e, per quanto fossimo numerosi, siamo stati ben curati.
Questo, in genere, è ciò che fanno i genitori, quindi potrebbe non esserci nel suo comportamento un grande merito. Potrei, quindi, trovarmi a parlare del padre ideale, di quella figura che ho atteso ma che concretamente non ho avuto.
È certo che quando penso a don Remigio nella mia testa si forma questo pensiero: ho avuto un padre che aveva tre figli ed erano troppi per lui e poi ne ho avuto un altro che ne aveva poco più (o poco meno) di quattrocento ed erano pochi.
Come faccio a far tornare i conti?
Tre da una parte erano troppi. Quattrocento dall'altra erano solo quelli che si erano potuti raccogliere.
Un altro pensiero, che potrebbe derivarmi dai suoi insegnamenti, è questo: a me non interessa sapere cosa abbiano fatto di te i tuoi genitori ma cosa hai fatto tu di te stesso.
Non era un sacerdote direttivo; mai ho sentito fare un cenno che denunciasse una condizione di svantaggio, ma sempre ci veniva fatta una richiesta per applicarci, di imparare per la vita futura, di tenere in gran conto i lavori manuali perché erano la porta per accedere ai mestieri.
Pure nei momenti in cui così tanti bambini divenivano irrequieti o turbolenti la disciplina era corretta; un bambino poteva considerarla giusta. Le punizioni che ho ricevuto, per la verità non molte, le ho valutate sempre come formative, necessarie o accidentali, quasi involontarie.
Allora potrei dire di essere stato un bambino felice nella Piccola Città Bianca, di non aver pianto mai, di non aver sentito mancanze, di non aver dovuto affrontare l'aggressività degli altri bambini?
C'erano litigi con alcuni ed amicizie con altri e poi tutto passava per le "pene" da cui venivamo. Potrei ancora chiamare per nome gli amici che avevo, parlare del gruppo dei poeti, recitare qualcuno dei versi che componevamo, ma potrei anche richiamare gli "scherzi" che camuffavano le competizioni e qualche volta gli scontri, le contrapposizioni di gruppi ad altri gruppi.
L'amicizia, in un posto dove si è in tanti, è costitutiva non solo del portato affettivo, ma anche della difesa dagli attacchi degli altri.
Non posso sapere come venivano tenuti sotto controllo le interazioni tra bambini, con quale occhio si vigilava su ciò che costituiva la vita di una comunità così grande, dove spesso gli istitutori erano gli ospiti emancipati dall'età.
Io nei riguardi di don Remigio sono, pur sempre, un bambino, poiché l'immagine che ho di lui è quella che avevo allora o al più quella di uno che può essere considerato appena un ragazzo. Ma ciò non toglie che la sua vita mi impressiona ancora, almeno quella di cui ho fatto esperienza diretta.
Qualcuno potrebbe dire che un bambino è facilmente impressionabile, oppure che idealizza e quindi non coglie la realtà nella sua piena manifestazione.
Ma pure, con le opportune interpretazioni, dico che ancora mi impressiona. E ciò non deriva tanto dal confronto con il padre di carne, ma perché in lui coglievo qualcosa che lo elevava.
Il bambino spesso è abile a cogliere ciò che è nascosto, ciò a cui l'altro aspira.

Questo libro, come il lettore può vedere sfogliandolo, è fatto prevalentemente di immagini, quelle che testimoniano la rinascita del palazzo e la vita della comunità ed altre scattate in occasione delle visite di personaggi importanti, mentre il testo che accompagna le fotografie e scritto di pugno da don Remigio.
Ho chiesto al nipote di don Remigio, Angelo Zanaboni, i documenti che custodisce e di tracciare un profilo dello zio. Ho chiesto al senatore Giulio Andreotti un suo personale ricordo.
Devo, qui, pur dire, che l'idea del libro fotografico è stata di monsignor Matteo Zuppi, che, allora, era parroco di santa Maria in Trastevere.
Ringrazio Angelo per aver messo a disposizione il suo archivio, il senatore Giulio Andreotti per avermi voluto ricevere e scrivere un suo personale ricordo di don Remigio, Pietro Comastri per il talento che mette nell'ideazione dei libri che cura, ed infine don Matteo a cui va il mio affetto e il caro ricordo di mia madre, Faustina Bastone.
Dopo questo, il Lettore, corregga benevolmente quanto io ho scritto e aggiunga immaginariamente quanto io non ho scritto.

Enzo Colamartini